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Storie cucite - Realizziamo il tuo libro su misura

Illustrazione di Rebecca Serchi


In occasione dell'uscita di Chissene, parliamo di bullismo insieme alla psicologa Lucrezia Tomberli

Timidezza, cambiamenti in famiglia, interessi diversi da quelli degli altri coetanei,  sono questi e tanti altri i motivi per cui i nostri bambini possono sentirsi isolati, incompresi. Manuel, il protagonista della novità Chissenevive in una piccola realtà in cui le differenze di interessi, di stile di vita rispetto ai coetanei creano con l'ambiente una distanza tanto grande da trasformarlo nel "diverso". Un diverso da prendere in giro, bullizzare e mettere alla prova. 

Nell'avventura narrata, il padre di Manuel, Eddy Clam, arriva prontamente in soccorso, sostenendo il figlio e aiutandolo a trovare la forza e il coraggio di affrontare la sfida imposta da Giangi Gum e Benny Rospo. Ma cosa accade nella realtà? Noi genitori sappiamo cogliere i segnali di un disagio nel comportamento dei nostri figli? E in questo periodo di distanziamento sociale si può ancora parlare di bullismo?

Abbiamo intervistato Lucrezia Tomberli, psicologa, che ha collaborato alla realizzazione di Chissene, contribuendo con un intervento dal titolo I "chissene" che invece importano. 

La novità di Storie Cucite parla di bullismo e socialità. Sono ancora temi attuali ai tempi del coronavirus? 
Assolutamente sì, forse ancora più di prima. Il bullismo nasce proprio laddove non ci sono delle buone basi relazionali, nasce quando bambini o ragazzi non hanno imparato a rispettare l’altro e a stare insieme. Non a caso gli interventi di prevenzione del bullismo lavorano proprio sulla creazione di relazioni sane e positive. Con l’arrivo del Covid-19 i rapporti interpersonali si sono fatte più difficili, i giovani (e non solo) hanno meno tempo e meno spazio per stare insieme, per imparare l’importanza del rispetto e della condivisione. 

Come agisce la pressione sociale in questo tempo sospeso? 
È ancora presto per dirlo, perché non ci sono sufficienti ricerche pubblicate su questo tema in epoca Covid-19. Tuttavia, come psicologa dello sviluppo e psicologa scolastica mi sembra che la pressione sociale in questo periodo agisca come ha sempre agito, ovvero i giovani sentono il rischio di poter essere presi in giro dai compagni, in presenza o nelle chat whatsapp. La differenza sembra piuttosto stare nella maggior facilità di essere isolati ed esclusi da alcuni contesti di gruppo (es. classe); in questo momento i giovani tendono ad evitare la pressione sociale restando più in casa o riducendo maggiormente le occasioni di confronto. In questo modo hanno la percezione di ridurre il problema, ma non è così. Il problema è solo rimandato e aumenta l’ansia sociale.

Quali sono le nuove forme di bullismo in questo periodo in cui la socialità è ridotta e la DAD si alterna a lezioni in presenza? 
Più che nuove “forme” di bullismo, ad oggi possiamo parlare di nuovi “pretesti” per fare bullismo o cyberbullismo. Ad esempio, a volte alcuni bambini o ragazzi vengono presi in giro proprio per il Covid-19. Ad esempio, vengono isolati o derisi perché loro in prima persona o un loro familiare hanno contratto il Covid-19 e questo viene usato come motivo di esclusione da parte dei bulli.

Quali sono i segnali di un disagio vissuto dal nostro bambino e come facciamo ad accorgercene?
Tante cose in epoca Covid sfuggono, soprattutto quando virtuali. Per gli insegnanti diventa difficile notare cambiamenti nella salute mentale degli alunni, perché spesso alternano momenti in presenza a momenti in DAD. Anche i genitori spesso non riescono a star dietro a tutto, perché devono lavorare. In questo momento è importante stare ad ascoltare i nostri bambini; stare attenti a cambiamenti di umore, di atteggiamento o di impegno, nello studio come in altre attività (es. sport). I giovani sono sempre più demotivati, stiamo assistendo ad un aumento di depressione, ansia e non solo. Dobbiamo stare anche attenti all’utilizzo dei dispositivi tecnologici: se aumenta o si riduce drasticamente questo può essere un campanello di allarme.

Come intervenire?
Se notiamo qualcosa è importante parlarne col nostro bambino, chiedergli come sta, se c’è qualcosa che non va; è molto utile anche il confronto con gli insegnanti, per capire se anche loro hanno notato qualcosa. Dopodichè possiamo rivolgerci a un professionista. Per fortuna il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) e il Ministero dell’Istruzione hanno stilato nei mesi scorsi un protocollo d’intesa che ha garantito l’inserimento degli psicologi scolastici presso la maggioranza degli Istituti comprensivi. Il servizio è gratuito per l’utenza e può essere un primo passo per accogliere la sofferenza psicologica del giovane o le preoccupazioni dei genitori. 



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